Quis tam Barbarus

alessandrobariccobig1

Ormai da qualche anno alleggia nell’aria un senso di cambiamento, un cambiamento nella civiltà Occidentale che va ben oltre il semplice mutamento ideologico nel susseguirsi di epoche storiche o un normale avvicendamento generazionale.

Con  “I Barbari, saggio sulla mutazione” Baricco parla di una vera mutazione che starebbe delineando uno smantellamento sistematico di tutto l’armamento mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica, e borghese. Questo smantellamento starebbe configurando nell’ambito immaginario collettivo una specie di timore di un’invasione barbarica, come l’arrivo di un popolo senza cultura  e senza storia, che depreda e saccheggia una roccaforte preziosa, che ci ha rubato il senso più alto e nobile dei gesti che facevamo. Ma questa paura sintetizzata nell’espressione “stanno arrivando i barbari” è il modo di dare una risposta sbagliata al problema.

Sicuramente non siamo stati invasi dai barbari, ma è in atto una mutazione che riguarda tutti noi, chi più chi meno. Questa mutazione sarebbe stata generata dall’affermarsi e dallo sviluppo delle innovazioni tecnologiche che hanno riorganizzato i concetti di spazio, tempo, hanno permesso l’accesso a un mondo del sapere e della conoscenza a Homines Novi, portatori di nuova energia capace di generare il mutamento. Quando pensa ai barbari, Baricco pensa a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due inventori di Google: avevano vent’anni e non avevano mai letto Flaubert) o Steve Jobs (tutto il mondo Apple e la tecnologia touch) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia); quando pensa agli imbarbariti pensa, alle folle che riempiono i centri commerciali o al pubblico dei reality show.

Il fatto che i secondi usino abitualmente le tecnologie inventate dai primi non deve confondere le cose. Una cosa è l’insorgere di modelli radicalmente innovativi, un’altra è disfarsi di una civiltà nell’ignoranza e nell’oblio. Caratteristica tipica del nuovo barbaro è la velocità (il multitasking). Abbiamo bisogno della velocità per tenere insieme il gesto, nessun gesto è solo, ma sempre concatenato ad altri. I nuovi barbari hanno terrore della profondità, cercano il senso delle cose nella traiettoria, l’impressione che stiano togliendo l’anima nei gesti degli uomini, è sbagliata, stiamo solo trasformando questi gesti in gesti che possano essere punti in cui si passa con una certa velocità; l’incubo è rimanerci dentro. Il sistema di pensiero dei barbari non elimina il senso di realtà, ma lo ridistribuisce su un campo aperto, difficile da definire, che potremmo chiamare solo “superficialità”, sapendo che è comunque lontano dal concetto di superficialità inteso come limite, come facciata semplicistica del mondo. I maggiori campi che hanno risentito di questa mutazione sono: una diversa idea di fare esperienza, un diverso modo di concepire il senso vero delle cose, una diversa idea di esistenza.

La conclusione a cui si approda è che è necessario accettare l’idea di mutazione e non considerarla come semplice saccheggio. Quando si è di fronte a un cambiamento quello che viene da chiedersi è “che fare?” ma quello che Baricco cerca invece di presentare è “cos’è questa mutazione che viviamo tutti, che ci attraversa, che conosciamo per sommi capi”?

Nel mondo degli intellettuali la soluzione più diffusa è quella di alludere a questa invasione come un’invasione di una civiltà di solito identificata come una civiltà di beoti, di consumatori che non sanno scegliere, completamente posseduti dalle regole del mercato. Il modo migliore per spiegare cosa fare nei confronti della mutazione individuata e analizzata da Baricco è racchiuso in venti righe del suo libro:

  «Non c’è Mutazione che non sia governabile, abbandonare il paradigma dello scontro di civiltà e accettare l’idea di una mutazione in atto. Non significa che si debba prendere quel che accade così com’è senza lasciarci l’orma del nostro passo, quel che diventeremo continua ad essere figlio di ciò che vorremmo diventare, così diventa importante la cura quotidiana, l’ attenzione, il vigilare. Tanto inutile e grottesco è lo stare impettito di certe muraglie, sorte su un confine che non esiste tra la civiltà e la barbarie, quanto utile sarebbe piuttosto un intelligente navigare nella corrente, capace ancora di rotta e di sapienza marinara. Detto in termini elementari credo che si tratti di essere capaci di decidere cosa del mondo vecchio vogliamo portare fino al mondo nuovo, cosa vogliamo che si mantenga intatto pur nell’incertezza di un viaggio che è oscuro. I legami che non vogliamo spezzare, le radici che non vogliamo perdere, le parole che vorremmo ancora, sempre pronunciare e le idee che non vogliamo smettere di pensare. È un lavoro raffinato, una cura, nella grande corrente mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa mai metterlo in salvo dalla mutazione, ma sempre nella mutazione. Perché ciò che si salverà non sarà mai ciò che abbiamo tenuto a riparo dai tempi ma ciò che abbiamo lasciato mutare perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo»

Anna Chiara Stellato

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