Non è più come prima…

“Di amori grandi ce ne sono due o tre in un secolo, e uno è il mio”   (Camus)

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C’era una volta l’amore devoto, l’amore cantato.
Oggi vige il diktat del “tutto e subito”, dove i rapporti di coppia si esauriscono in relazioni a breve termine, e dove la logica consumistica del “nuovo” detta legge. Massimo Recalcati decide così di soffermarsi ad analizzare la vita affettiva e i suoi disturbi.

Non si tratta di quegli amori transitori, degli innamoramenti facili, non dell’imperativo del “nuovo purché sia”, della ricerca assillante del godimento a scapito di un amore che duri una vita intera. Attraverso una messa in discussione del pensiero freudiano che separa l’amore dal godimento sessuale, si preferisce l’assunto di Lacan che vede nella relazione amorosa il “duro desiderio di durare”.  

Pochi sentimenti muovono il mondo come l’amore dunque, il centro di tutta la prima parte del saggio si trova nella citazione che l’autore fa da Sartre, per cui la vera gioia dell’amore sta nel fatto che:

«per via dell’amore dell’Altro, io vengo salvato dalla mia fatticità, che, in altri termini, io non esisto più per caso, privo di senso, non sono più “di troppo” nel mondo, la mia esistenza non è qui per niente, ma diventa il “senso” della vita dell’Altro, ciò che dà significato a quella vita e che da quella vita attinge reciprocamente il suo significato. È questa la gioia dell’amore quando c’è. La mia esistenza, che non è mai il fondamento di se stessa, una volta amata si trova ad esistere perché è voluta dell’Altro nei suoi minimi particolari, per “tutto”».

Fissando poi l’attenzione su una dimensione del rapporto di coppia, ancora poco analizzata : Il perdono. È indubbio che sia un punto scottante, se sia possibile o meno superare l’offesa di un tradimento o di un abbandono. L’operazione è lunga ed è un lavoro su se stessi.

«può essere impossibile perdonare perché non si vuole venire meno alla grandezza dell’incontro che si voleva per sempre […] L’impossibilità del perdono può essere grande come il perdono»

L’amore che dura è l’amore che vuole vivere ancora e non sopravvivere. Lacan usa come parola d’amore più alta:“encore” (ancora), ancora come adesso, ancora come oggi, ancora te, ancora te per sempre. Ancora non esige il ricambio del vecchio oggetto per il nuovo – come accade nella logica del capitalismo – ma mostra che il Nuovo è nel rinnovare l’amore nello Stesso. Se questo miracolo esiste allora l’amore dura e non si lascia consumare.

E non è possibile avventurarsi in questi sentieri senza affrontare il dramma della violenza sulla donna e del femminicidio. Si sottolinea come uomini e donne «parlino» due «lingue differenti»:

«La lingua straniera della donna può far innamorare o imbestialire gli uomini […] Il carattere straniero della lingua delle donne […] si rifiuta all’alfabeto fallico fondato sul dominio ottuso dell’avere e della proprietà». È quando questa incomprensione diventa intolleranza che scatta la violenza. Egli parla di una assenza di cultura negli uomini: «Il rifiuto di apprendere la lingua straniera delle donne mostra come la violenza dei maschi verso le donne sia sempre senza cultura in questo senso profondo […] L’assenza di cultura consiste nel rifiuto pervicace di apprendere l’alfabeto dell’amore».

Ci si chiede allora come possiamo amare infinitamente l’altro senza varcare il confine della sua libertà? Il bambino quando nasce è solo, ha bisogno di una presenza genitoriale. Nel trauma dell’abbandono e del tradimento amoroso si è riportati a quella notte, non c’è più nessuno che risponda al nostro urlo: “Sì, ci sono”. È per superare la paura dell’abbandono che l’amore vuole essere «per sempre». Ma l’amore vero si espone invece alla libertà dell’altro, sebbene vi sia una spinta a voler possedere assolutamente la persona amata. Questo contrasto tra recalcatipossesso e libertà abita sempre, senza possibilità di conciliazione, la vita amorosa. Lo psicoanalista avverte che l’esperienza amorosa è di travalicamento: non sono tutti gli innamorati, almeno al momento della passione sorgiva, un po’ folli? Per questo la vera libertà non è la nostra affermazione solitaria, ma accettare che siamo dipendenti dall’altro, consentendo alla completa esposizione al desiderio. Cancellare la dipendenza simbolica dall’altro non rende la vita indipendente, ma la mutila, la arrocca su se stessa.

Nel saggio di Recalcati non c’è lieto fine, ma la consapevolezza di quanto sia arduo optare per la strada del perdono, accantonare la logica del “per sempre” per passare a quella più complicata del “non sarà più come prima”. Consapevoli che il perdono rivaluta e rinnova l’“ancora”, perché l’amore può coniugarsi solo al passato se vorrà avere un futuro: se non è stato prima, non sarà dopo.

Anna Chiara Stellato

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