Le seconde occasioni: La coscienza tra sogno e realtà.

C’era un film, in televisione, qualche tempo fa: La doppia ora.
Le scene lente e buie, e la sceneggiatura ben resa dai protagonisti (Filippo Timi e Ksenija Rappoport) scavalcano la prima indifferenza, e la trama comincia ad attirare l’attenzione, fino a catturarla del tutto.

Un buon film è tale se ti lascia qualcosa nel momento in cui finisce, anche solo una serie di pensieri confusi, o un semplice stimolo. Il buon film mi ha infatti spinto, subito dopo, in una serie di ricerche. Ho scoperto che si trattava del primo lungometraggio di un regista di videoclip, Giuseppe Capotondi, presentato alla mostra del Festival di Venezia nel 2009.

Trae in inganno la semplice causalità del suo inizio: un ex poliziotto, assunto come custode di una villa, e la cameriera di un albergo si incontrano a uno speed-date, sullo sfondo di una Torino gelida e lontana.
Ma la sua trama e il messaggio, ben condito da non pochi salti di genere, tra drammatico, noir e thriller psicologico, permettono una riflessione sulle tante strade della coscienza e le reazioni dell’animo umano dinanzi a esse.

Il titolo si rifà alle ripetizioni numeriche presenti negli orari, una coincidenza interpretata dai mistici come segnale dell’universo pronto a mostrarci, attraverso il fenomeno, quel particolare momento tanto significativo per il nostro percorso; come se perfino il cosmo avesse bisogno di trucchi per convincerci a fare attenzione al tempo speso. Molto spesso è difficile ascoltare se stessi, presi dal caos quotidiano fino ai limiti dello spazio personale, ed è così comoda questa vita frenetica ben incline a non farci riflettere, soprattutto su ciò che abbiamo dentro. Ma, come suggerisce la pellicola, i segnali della coscienza sono a volte talmente evidenti da non poterli ignorare; sintomi di un malessere, pragmatico o trascendente, pericoloso da eludere.

Nei sogni troviamo probabilmente il suo terreno migliore, lucidi come la realtà di ogni giorno eppure diversi, magari solo di una nota, per un colore in più o in meno, un’asimmetria insensata o l’avvertimento flebile di una voce nascosta nell’aria; nell’inconscio il nostro agire è quanto di più autentico la nostra mente possa dare, poiché nei sogni non ci sono maschere né spettatori.

E se, come volentieri il cinema propone, avessimo una seconda possibilità? Un’occasione autentica per rispondere ai messaggi della coscienza? Un nuovo cammino in nome di un’armonia interiore?
Quante volte ci è capitato di pensare, col senno di poi, a come sarebbe stato tutto diverso (questo “tutto” tanto denso quanto vago), e senza dubbio migliore, se il destino ci avesse concesso una nuova occasione, il nostro riscatto.

Amiamo circondarci di elucubrazioni di cui non conosciamo l’effettiva veridicità, senza sapere se saremmo davvero disposti a cambiare, a spostarci dal sentiero.

Ne La doppia ora la protagonista è dinanzi a questo bivio, nella posizione di poter cambiare il suo percorso drasticamente, ormai evidentissimi i segnali di una coscienza che scalpita, tanto da dichiarare apertamente di sentirsi “diversa”, colpita dalla sua lotta interna.

Ma l’animo umano, nonostante i rigurgiti, non vuole cambiare, e sarebbe quasi uno spreco del destino darci la possibilità di farlo. Tra la strada sempre percorsa e l’ignoto suggerito dal sentimento buono vince quasi sempre la strada sicura, ed è un “quasi” troppo piccolo per fare la differenza.
La femme fatale del film, dai chiari segni di ispirazione hitchcockiana, ne è un umanissimo esempio.
Forse la paura di cambiare, anche solo di un passo, ci ferma.
Forse amiamo troppo i nostri demoni per perderli.

                                                                                                                                                                                                            Marcella M. Caputo

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