Della satira e altre libertà

Benvenuto da Imola scriveva che era caratteristica della satira non indietreggiare davanti ai potenti. Isidoro da Siviglia la identificava come una riprovazione del male. Christian August Vulpius scriveva che il satirico è un uomo la cui vita non è al sicuro, perché aiuta a mostrare la verità.

E Vulpius sembrava aver ragione.

Ho aspettato a scrivere questo articolo. È facile indignarsi a caldo. Dodici morti, un attacco organizzato a una testata giornalistica. È facile. Molte altre stragi ci sono state in giro per il mondo, anche con un numero più ingente di vittime. E io, lo ammetto, non mi sono indignato. Ormai sembra la normalità: la gente esce fuori di testa, entra in un cinema vestito da Joker e spara sulla folla. Altri si fanno saltare in aria in una metropolitana, altri ammazzano gente a picconate. Siamo abituati a queste cose, è la normalità, è il nostro pane quotidiano. E non ci tocca più, al di là di ipocrisie di facciata. Se ancora ci toccassero queste notizie, staremmo indignati ogni giorno, ora dopo ora, allo sfogliare di un giornale, all’ascolto di una radio. Al massimo ci sfiora, ma subito passa.

E allora perché la strage alla redazione del Charlie Hebdo ci colpisce, mi colpisce?

JeSuisCharlieNon ho una risposta certa, ma in fondo non ce l’abbiamo mai. Ma forse è perché viene con un punteruolo a toccarci, a scavarci dentro. Ci tocca perché minaccia di toglierci il più sacrosanto dei diritti. Non quello di fare satira, non l’informazione, ma la libera espressione. Ci tocca perché poteva capitare a chiunque. Non era un obiettivo militare, non c’erano politici, ambasciatori. C’erano persone normali. E non è mia intenzione farne degli eroi: non lo sono. Sono persone normali che facevano il loro lavoro. Non c’è nulla di eroico in questo. Ma ecco che dodici persone normali sono state ammazzate.

Sono state spese parole migliori delle mie per mostrare l’indignazione giusta e sacrosanta – se mi passate il termine – per ciò che è accaduto. Perciò, lasciate che divaghi un po’. Vedo in giro per la rete centinaia e centinaia di commenti, di gesti di solidarietà, di difesa della libertà di satira a pugni stretti e con i denti vibranti per lo sforzo. Qui, in Italia. In quella stessa rete e in quella stessa Italia in cui ho visto innumerevoli segnalazioni per far cancellare immagini satiriche (molto, ma molto più leggere di quelle del Charlie Hebdo) perché osavano toccare la religione cattolica, il papa, gli animali, i vegan. Ho visto su quella stessa rete sparire una dopo l’altra le pagine di black humour, perché valanghe di segnalazioni le facevano chiudere. E oggi sono tutti con Charlie Hebdo: Je suis Charlie! Questo scrivono, lo urlano. Tutti sono a favore della satira, oggi. E lo saranno finché questo brutto episodio non sarà lavato dal tempo di memorie fin troppo labili.

E fatemi divagare ancora. Un tempo si bruciavano i libri, e i colti, e chi non navigava nell’ignoranza, se ne indignavano. Bruciare un libro è eresia laica, è morte del concetto stesso di cultura e libertà. Ma oggi i libri non li bruciano più. E non perché abbiamo raggiunto un livello di società tale da renderlo impensabile, ma perché oggi i libri non fanno paura più a nessuno. La cultura non spaventa più i potenti, la cultura non rende più liberi. E allora scrivete pure ciò che vi pare, argomentate, documentatevi, mostrate la realtà per quella che è. Quei pochi che leggeranno ne saranno lieti, ma in fondo non importerà nulla a nessuno. Oggi spaventa la satira. La satira è potere perché fa ridere, fa ridere di ciò che altri innalzano sull’altare della più somma serietà. Chi osa ridere è un eretico, e colpevole è chi genera quella risata. Chi ridicolizza il potere, chi non si ferma davanti ai potenti. I libri oggi si fermano, si inginocchiano, si prostrano davanti ai potenti. I potenti stessi ne scrivono, i potenti stessi determinano la scelta fittizia che il lettore crede solo di avere. La satira – in Francia, almeno – non si è piegata. E vorrei che coloro che oggi difendono la satira e Charlie Hebdo – giustamente, ma in molti casi con ipocrisia – andassero a guardarle quelle vignette per cui sono morti dodici esseri umani. E no, non guardate solo quelle in cui ridicolizzano Allah e l’Islam. Guardate anche le altre, quelle in cui sono messi in ridicolo i vostri credo. Se sentirete nascere una nuova indignazione, ecco, avremo una nuova prova che in Italia possiamo star tranquilli. Che in Italia non potrà mai accedere ciò che è accaduto a Parigi. Perché qui, da noi, un Charlie Hebdo non lo vedremo mai.

E ora, lasciatemi chiudere. Voglio ribadire una cosa: in molti hanno scritto – a ragione – su questo terribile avvenimento. In molti ne hanno parlato, difendendo con le armi della cultura l’ignominia che è stata commessa. Io lo dico ancora: sono d’accordo, è terribile. E se mi sono permesso di uscire fuori dal mucchio, di far luce su aspetti secondari, è proprio perché non c’era bisogno di un’altra apologia. Je suis Charlie. Sì. Ognuno di noi dovrebbe ripeterlo. Ma più di tutto, dovrebbe ricordarlo. Essere Charlie oggi e non più fra qualche giorno, al prossimo cambio di vento, alla prossima vignetta che si dovrà per forza eliminare, beh, non ha senso. Charlie oggi, e Charlie domani.

Forse dovremmo solo imparare a difendere la libertà sempre, e non solo quando quella libertà non ci dà fastidio. È che forse, alla libertà, siamo assuefatti. E dimentichiamo che la libertà vera non è mia o tua. La libertà è nostra.

 

Maurizio Vicedomini

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