Bowles, Mozzi e l’Io del dubbio

Mi prese la testa fra le mani, tirandomi per le guance, gridando: «Persino tu, Paul Bowles, persino tu?»

Parole sgradite, [Parole sgradite e altri racconti, Paul Bowles, Guanda, 1990, p.27]

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Paul Bowles

Le parole con cui si apre questo articolo sono tratte da un racconto. È la prima cosa che mi sento in dovere di chiarire. Non è una lettera, non è un autobiografia. È un racconto piazzato in una raccolta con tanti altri racconti, di diversa fattura, scritti con tecniche molto diverse e – qui la seconda cosa – non tutti hanno Paul Bowles, l’autore stesso, come protagonista.

Può sembrare una precisazione banale. D’altronde Bowles non è certo il primo e non sarà l’ultimo a usare se stesso come materia del racconto, nel tentativo palese di aumentare lo statuto ontologico del testo, la sua veridicità agli occhi del lettore. Ma gli elementi più banali possono servire per portare avanti un ragionamento.

Il racconto citato è una narrazione epistolare formata esclusivamente dalle missive del protagonista. Il passo riportato è l’unico in cui appare il suo nome. E – se posso – è anche un inserimento forzato. Mi sembra che l’autore abbia inserito a calci quel cognome perché uscisse a stampa nel volume, quando un «Persino tu, Paul, persino tu?» sarebbe risultato forse più naturale.

Ma andiamo oltre la mia percezione personale. A prescindere che Bowles abbia voluto inserire o meno con prepotenza la propria presenza all’interno del testo come personaggio, oltre che come autore, siamo davanti a un fatto: quel nome c’è.

L’esistenza di quel riferimento porta il lettore a collegare l’io del personaggio a quello di un altro racconto, In absentia, che si sviluppa ancora una volta come una narrazione epistolare nelle stesse modalità di Parole sgradite. È evidente – sebbene non ci siano prove a supportare l’ipotesi – che Paul Bowles è protagonista anche di quest’altro scambio epistolare.

E se questo semplice collegamento non basta, potremmo notare che nella raccolta sono presenti altri schemi che si ricollegano gli uni agli altri. Un esempio sono tutti i racconti che riportano una data nel titolo: Tangeri 1975, Massachusset 1932 e New York 1965. Solo questi tre sono sviluppati secondo la tecnica dello stream of consciousness, il flusso di coscienza. Dunque i richiami implicano in alcuni casi dei collegamenti. Possiamo supporre che allo stesso modo i due racconti epistolari siano collegati.

Arriviamo al nocciolo: in questi racconti vengono date informazioni sul personaggio. Quante di queste informazioni sono reali?

Non mi interessa in questa sede affrontare un lavoro di ricerca per scovare i riferimenti a quanto scritto nella vita reale. Mi interessa piuttosto quello che il lettore percepisce e quindi – in larga misura – ciò che l’autore voleva che percepisse.

Parole sgradite

Parole sgradite, Guanda, 1990

Affrontiamo il racconto In absentia. Le prime informazioni, le più superficiali e connotative, riguardano la conoscenza del protagonista con una donna, Pamela Loeffler, e la residenza dello stesso a Tangeri. Per il lettore che sta leggendo il libro in quel momento, la prima informazione non può essere confutata ne confermata. La seconda, invece, sì. Un qualunque risvolto di copertina, una minima informazione biografica sull’autore, conferma che dagli anni ’50 ha fissato la sua residenza a Tangeri.

Seguono altre informazioni. Al protagonista piace scrivere, sta pagando gli studi a una ragazza, Susan Choate, e ha un passato di amicizie comuni con Pamela. Tutte informazioni – tranne la prima, possiamo supporre – che non potremo controllare su due piedi.

Ancora più interessante è lo stesso racconto in cui compare il nome dell’autore, Parole sgradite. Siamo davanti a lettere inviate a un paralitico per raccontargli il mondo. Ancora una volta c’è un riferimento a Tangeri, e l’insieme di numerose esperienze personali vissute. Il lettore, rinforzato dalla presenza del nome, dal fatto che il Paul Bowles di cui sta leggendo il libro sia anche al suo interno, è spinto a credere o ad avere un sentore di dubbio che ciò che sta leggendo sia quanto meno vicino alla realtà.

È bene però tenere d’occhio un fattore: in questo racconto esistono tre Paul Bowles. L’autore che ha scritto la raccolta di racconti, il personaggio che invia le lettere, e un Bowles intermedio fra i due, il cosiddetto autore implicito, che corrisponde – semplificando – all’idea che il lettore ha dell’autore. Si pensi banalmente al fatto che ricerchiamo con più attenzione significati nascosti in libri di autori che riteniamo di una certa levatura rispetto ai libri da spiaggia, quelli considerati più leggeri. Questo avviene perché è la nostra idea dell’autore che ci influenza, a prescindere del testo che stiamo affrontando, e a prescindere anche dalla reale fisicità dell’autore che potrebbe – per restare nell’esempio – non essere affatto un uomo di grande cultura, checché noi ne pensiamo.

Dunque, nella situazione di Parole sgradite, non abbiamo altro mezzo che il nostro rapporto con l’autore implicito per decidere se fidarci o meno. Tanto più il nostro autore implicito corrisponderà a quanto scritto nel racconto, tanto più saremo tentati di fidarci. All’opposto, se lo riteniamo una persona totalmente diversa da quella descritta, avremo difficoltà a credere che quelle vicissitudini siano davvero le sue.

Giulio Mozzi

Il caso si complica quando è l’autore stesso a tendere continui tranelli e a dare soluzioni facili. È il caso di Il male naturale, una raccolta di racconti di Giulio Mozzi uscita per Mondadori nel 1998. Diversi racconti di questa raccolta si ricollegano fra di loro, e più volte compare il protagonista (o il co-protagonista, in alcuni casi) che si chiama Giulio: in Bella, anche se nell’ultimo paragrafetto viene detto che Giulio è un nome falso; in Un male personale, in cui si racconta della perdita di una donna amata. In questo racconto appare una figura ambigua con cui Giulio tenta di avere rapporti, identificata come ragazza-ragazzo. Teniamolo a mente, poiché potremo ragionarci più avanti.

Il racconto centrale e più lungo della raccolta Super nivem, ha per protagonista di nuovo Giulio. Questo racconto è sicuramente il nocciolo di tutta l’ambiguità. Si presenta un ragazzino, nel flashback del racconto, per cui un Giulio in età da militare sente attrazione, Miro. Nel “presente”, invece, sta con Santiago che è un ragazzino, o ne ha l’aspetto. E si parla di una donna perduta, Bianca, che aveva il seno piccolo, e che poteva sembrare un ragazzino. E allora – dice – Santiago gli ricorda Bianca, ma in realtà Santiago e Bianca gli ricordano Miro, e lui si è innamorato di loro perché gli ricordava quel bambino conosciuto tanto tempo prima e per cui aveva provato qualcosa.

Ricolleghiamo i punti. Prima di tutto, la sovrapposizione maschile-femminile di Bianca-Santiago-Miro (che può avvenire solo quando la donna è in qualcosa mascolina e/o gli uomini in qualcosa femminei) ci ricorda quel ragazza-ragazzo di Un male personale. Ma andiamo a prendere altri dati: un racconto si chiama Bianca, e parla di una donna di nome Bianca con cui non ha funzionato. Il protagonista del racconto, però, si chiama Mario (che sia il nome “vero” dietro il “Giulio” di Bella?), e in un altro racconto, Amore, si parla dell’amore di un uomo senza nome per un ragazzino. Dopo quanto letto in Super nivem, in tutta la lunga parte dedicata a Miro, non si fa difficoltà a collegare i due racconti.

Siamo comunque davanti a uno gnommero bello e buono. Il ricorrere del nome Giulio non è certo casuale, e nemmeno il continuo ripresentarsi di nomi e situazioni. Ma l’ultima stoccata lo dà il racconto conclusivo della raccolta. Si intitola Finale. Comincia in questo modo:

Credo che Il male naturale sarà il mio ultimo libro di racconti o almeno che, d’ora in poi, lo scrivere sarà per me una cosa completamente diversa.

Finale, [Il male naturale, Giulio Mozzi, Mondadori, 1998, p.219]

Il male naturale. La copertina è dell’attuale edizione del libro, per Laurana

È la postfazione. È la prima cosa che ho pensato al leggere questo incipit. E il testo va avanti così fino alla fine, sembra davvero una postfazione. Ma è strutturato come un racconto. Ha il titolo nello stesso modo in cui ce l’hanno gli altri, nell’indice all’inizio del volume è inserito come fosse un qualunque altro racconto. Nulla sembra suggerire che non debba esserlo, se non il contenuto. Inoltre a questo brevissimo testo seguono le note dell’autore, questa volta in un impaginato diverso, così da notare chiaramente la differenza. Che motivo c’era di dividere le note finali al lettore, se di questo si trattava in entrambi i casi?

Come lettore, ancora una volta, ho una scelta: devo scegliere a cosa credere. Se – come io ritengo – si tratta di un racconto, allora la citazione seguente è uno sviamento, è un falso – o, per lo meno, non è attinente:

Io però non penso a questi racconti come a storie vere. I racconti contengono le mie immaginazioni a proposito di persone reali; quasi niente di quello che è raccontato è vero nel senso comunque della parola, e molto è completamente inventato.

Finale, [Il male naturale, Giulio Mozzi, Mondadori, 1998, pp.219-220]

Ma possiamo tuttavia supporre con buona tranquillità che il vero Giulio Mozzi non sia un pedofilo. E non tanto per la conoscenza dell’autore che non ho, e che un lettore comune non ha; ma per la semplice constatazione che se fosse un pedofilo non andrebbe a scriverlo in un libro con tale ambiguità sulla veridicità effettiva di ciò che ne è narrato.

Dunque, ricapitolando, il testo Finale è con buona approssimazione un racconto – e dunque non contiene per forza delle verità, ma nulla vieta che non vi sia alcuna bugia – e d’altra parte, ancora con buona approssimazione, quanto è raccontato nei racconti non è del tutto vero, il che non significa che sia tutta invenzione.

Il punto conclusivo del discorso non è trovare una risposta per i racconti di Bowles o Mozzi. Non è arrivare a quel dato che solo un colloquio con l’autore – ammettendo che dica la verità per lo meno fuori dai libri – e una buona documentazione potrebbero fornire. Il punto conclusivo è notare il gioco di ambiguità presente in questi autori – soprattutto in Mozzi, che vi gioca per tutta la raccolta – e valutare come positivo proprio l’impossibilità di arrivare alla verità. Ciò che è chiaro, è che si tratta di un particolare tipo di narratore inaffidabile che valica i confini del libro stesso, poiché l’ambiguità non è chiusa nel contenuto del libro, ma esce fuori, e si conforma come storie raccontate dal vicino di casa, quel vicino che ogni tanto racconta balle, ma che… chissà. In fondo non possiamo esserne del tutto certi.

Maurizio Vicedomini

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