Walter White e Riccardo III : hybris e fatalità (Parte 1)

“A horse! A horse! My kingdom for a horse!”

Shakespeare, Riccardo III

Termina così, in un grido di tragica e atterrita impotenza, la tirannide di Riccardo di Gloucester, tinta di sangue. Una disperazione alimentata dall’amara consapevolezza della ritorsione del destino. Destino che deve avergli sussurrato all’orecchio, nell’imminenza della fine, al pari di un’explicitaria agnizione, parole non dissimili dalle seguenti: “Sangue sitisti, e io di sangue t’empio” (Dante, Purg., XII 57). Difatti il duca Riccardo, inizialmente non destinato alla corona, si era macchiato di una diabolica, premeditata carneficina – tra le cui vittime si annoverano persino dei bambini innocenti (i suoi nipoti!) – al solo scopo del conseguimento del seggio regale. Potere che – per un’ossessione tipicamente umana – ha il terrore di perdere (magari proprio a opera di un suo alter ego) e che con il terrore tenta di preservare, reiterando stragi su stragi. Azioni barbariche che servono unicamente a materializzare i suoi incubi e a creare dei congiurati proprio nei pochi uomini rimastigli fedeli, che gli si rivolteranno contro, così come il fato implacabile. Un fato che lo aveva simbolicamente – a mo’ di un’icastica prolessi –  segnato sin dalla nascita con una mostruosa deformità zoomorfa (“[…] E nascesti coi denti, a significare che avresti morso il mondo […]”), vero motore della sua insaziabile – e lucida – furia omicida che si rende manifesta incipitariamente nell’entrata in scena (con il memorabile soliloquio) del protagonista :

[…] Ma io, che non son tagliato per gli ameni spassi,

 Né per corteggiare un amoroso specchio;

 Io che, uscito da un rude stampo, manco della maestà dell’amore

 per pavoneggiarmi dinanzi a una molleggiante ninfa;

 io, che sono privato di questa bella simmetria,

 frustrato di sembianza dalla Natura che sì mi dispaia,

 deforme, incompiuto, anzi tempo inviato

 in questo spirante mondo, appena plasmato a mezzo,

 e pur questo in modo così monco e contraffatto

 che i cani latrano di me quand’io zoppico accanto a loro;

[…]

 E così, dacché io non posso far l’innamorato

 per intrattenere questi bei giorni soaveloquenti,

 Son risoluto a dimostrarmi uno scellerato,

 Ed a colpire col mio odio i frivoli piaceri di questi giorni.

E’ profondamente agghiacciante, più della hybris in sé del personaggio tragico, pervaso da un incontenibile desiderio di potere e autoaffermazione, il procedere raziocinante (sillogistico si direbbe) con cui Riccardo giunge alla premeditazione e all’ideazione – cui seguirà l’atroce materializzazione –  del suo piano mefistofelico.

Ora Freud, nel bellissimo saggio Personaggi psicopatici, delinea in maniera accurata e meticolosa i presupposti estetici per l’ideazione (e per la riuscita) di un dramma. Cioè quei meccanismi psichici che si innescherebbero nello spettatore atti a suscitare – secondo la Poetica di Aristotele – “pietà e terrore” e  una “purificazione degli affetti”. La prima – imprescindibile, poiché altrimenti si tratterebbe di una “tragedia impossibile” – è il segreto moto di simpatia (nell’accezione etimologica greca) che il poeta deve essere capace di risvegliare in noi, procedimento fondamentale al fine di scongiurare un’interiore opposizione nei confronti dell’eroe. Interessante, quindi, l’analisi psicanalitica proprio del Riccardo III che Freud conduce in Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro psicanalitico:

  […] Il monologo di Riccardo dà soltanto alcune indicazioni, lasciando a noi la facoltà di sviluppare quanto accennato. Nel momento in cui ci assumiamo questo compito, l’apparenza di superficialità scompare, l’amarezza e la generosità di dettagli con cui Riccardo ha descritto la sua deformità raggiungono pieno effetto, e noi percepiamo chiaramente quel senso di comunanza che richiama la nostra simpatia anche per un malvagio come lui. Il soliloquio quindi significa: “La natura mi ha fatto un grande torto nel momento in cui mi ha negato la bellezza esteriore capace di attirare l’amore umano. La vita per questo mi deve un risarcimento, che io farò in modo di ottenere. Ho perciò diritto di essere un’eccezione e di ignorare gli scrupoli da cui altri individui si lasciano ostacolare. Posso arrecare torti perché io stesso ne ho ricevuti”. Ora ci rendiamo conto che noi stessi potremmo diventare come Riccardo, che anzi, in qualche misura, lo siamo già. Riccardo è lo smisurato ingrandimento di un qualche cosa che noi troviamo anche in noi. Tutti crediamo di aver motivo di rancore verso la natura e il destino per le menomazioni congenite e infantili; tutti pretendiamo una riparazione che ci indennizzi dalle precoci frustrazioni del nostro narcisismo ed egoismo […] Ma rientra nella fine economia artistica del poeta di non permettere al suo eroe l’espressione aperta e completa di tutte le sue motivazioni segrete.

Alla luce della seguenti considerazioni e di palmari analogie che si enucleeranno, la visione di Breaking Bad – uno dei maggiori capolavori seriali di questo decennio –  si arricchisce ulteriormente di spunti esegetici che possono aiutare a comprendere la grandezza, nonché l’immane complessità drammatica, di un prodotto sì (forse sciaguratamente) divenuto di massa, ma che cela in sé (anzi, dischiude, per un occhio analitico) il magistero artistico di Vince Gilligan. Perché l’epopea di Walter White contiene in nuce i tratti caratteristici della tragedia: Breaking Bad  può essere assimilabile a tutti gli effetti – per il suo carattere teatrale, strutturale, scenografico e per altri elementi che si tenterà di comprovare – a un dramma greco o shakespeariano.

Guido Scaravilli

La seconda parte dell’articolo sarà online Venerdì 4 dicembre.

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