Siamo quello che postiamo?

L’uomo è ciò che mangia affermava Feuerbach e fin qui ci siamo, potrei anche essere d’accordo (ovviamente per parlarne con serietà prima dovrei leggere “Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia”). Viene però da chiedersi cosa sono gli uomini, cos’è l’umanità.

Personalmente io davanti a una domanda del genere risponderei: “sono giapponese!”, ma l’articolo mensile a quanto pare non si scrive da sé, quindi provo ad azzardare: l’umanità è in ciò che dice.

Un lungo discorso, un mormorio instancabile ha accompagnato l’uomo da quando si è autoproclamato sapiens; mormorio di segni, parole, informazioni che si è fatto nel tempo sempre più evidente e invadente, sempre più assordante e assediante. Oggi è difficile riuscire a scorgere qualcosa al di là di questo onnipresente sottofondo, completamente immersi come siamo in questo flusso. Ovviamente questa cosa spaventa, c’è chi vede un rischio di spersonalizzazione, chi ha paura di uno istupidimento generale (non sarà per questo genere di paure che vanno tanto di moda gli zombie?) ma sono paure vecchie come l’uomo, quando la scrittura fu inventata potete star sicuri che furono in molti a lamentarsi: “così la memoria si atrofizza!” – “state sempre a leggere, diventerete ciechi o stupidi” – “così troppe persone possono accedere al sapere, sarà una catastrofe”, e così via. Non vi dico le reazioni dei conservatori all’invenzione della stampa, anche se potete immaginarle, sono molto simili a quelle tipo: “googlare troppo atrofizza il cervello” – “facebook è solo un megafono della stupidità umana”.

Sono millenni, insomma, che trasmettiamo testi/informazioni, la società umana si fonda proprio su questo, quindi mi sembra quasi superfluo dire quanto sia importante comprendere come avviene questa trasmissione e soprattutto capire, interpretare il testo/informazione. Quasi superfluo.

Sicuramente avrete notato negli ultimi tempi alcuni post su Facebook recitare queste parole:

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Ecco, ora assistere alla diffusione virale di questa e altre informazioni evidentemente false, facilmente può portare a chiedersi se tutte le persone complici di questo misfatto (perché di misfatto si tratta in quanto notizie false generano una distorta percezione della realtà) sono in grado di comprendere un testo. La risposta è no, non sono in grado, sono in grado di leggere ma non capiscono le informazioni che il testo nasconde, e questo testo trasuda falsità da ogni lettera. La cosa a quanto pare si chiama analfabetismo funzionale e Wikipedia fa notare che in questa disciplina olimpionica noi italiani siamo i primi in classifica.[1]

Non bastano dunque l’incoerenza testuale del post, l’uso improprio della punteggiatura, l’uso anarchico del linguaggio che mischia  toni pseudogiuridici a toni da bar a far dubitare della veridicità delle informazioni; non è sufficiente l’irrazionalità implicita di un post pubblicato su un social network che richiede la privacy dei propri dati (è un po’ come girare per strada nudi e lamentarsi dei continui sguardi dei passanti) pretendendo di avere valore legale. Nessuno di questi elementi fa scattare l’interruttore, il cervello continua a registrare inerte il mormorio delle informazioni che si sommano una all’altra, si mischiano, perdono valore, fino a diventare un ronzio monotono e continuo dal quale è impossibile estrarre alcunché di sensato, di definito.

Sembra che la domanda – chissà da dove arriva questo messaggio – non abbia sfiorato minimamente la mente dei condivisori, altrimenti una veloce ricerca sulle leggi riportate li avrebbe catapultati direttamente negli USA dove probabilmente ha più senso citare l’ Uniform Commercial Code, (non ha molto senso invece citare lo statuto di Roma che a quanto pare è tirato spesso in ballo dai cosiddetti complottisti); ecco a voi una delle tante versioni statunitensi (a cui corrispondono altrettante versioni italiane) di questo post:

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Beh, mal comune mezzo gaudio, almeno non siamo solo noi italiani ad accettare senza battere ciglio i termini e le condizioni d’uso di Facebook per poi delirare in post scritti male e condivisi su scala globale.

Potrei continuare evidenziando l’insensatezza (che deriva da una mal fatta traduzione) di quel “Facebook è ora un’entità pubblica[2] […]” ma quello che mi interessa, arrivati a questo punto, è altro e cioè la carica narrativa di questo tipo di informazioni.

Quanto sia difficile non dar credito alla parola scritta è già attestato dal Don Chisciotte nel famoso dibattito sui libri di cavalleria tra il curato e il locandiere in cui quest’ultimo non riesce ad accettare che opere stampate con la licenza del consiglio reale possano essere false[3]. Una narrazione, un immaginario, possono essere pericolosi? Le Cortes riunite a Valladolid nel 1555 ne sono convinte e per questo chiedono che tali scritti «de mentiras y vanidades» vengano proibiti; ed effettivamente la carica narrativa e ipnotica dei romanzi cavallereschi doveva essere impetuosa se ancora nel 1549 venivano inscenati tornei dalle trame fantastiche ed elaborate anche dalla corte reale e lo stesso futuro re Filippo II si divertiva ad impersonare Beltenebros (dal best seller dell’epoca, l’ Amadis de Gaula). Si trattava, si tratta di istupidimento generale?

La questione è complessa e riguarda la nostra capacità di muoverci negli abissi dell’immaginario senza mai perdere le coordinate. Il discorso generato dalla diffusione di post falsi, spesso creati ad hoc per scopi politici, nasconde trappole dalle quali è difficile svincolarsi; grazie a particolari algoritmi[4] Facebook modella i suoi contenuti a immagine e somiglianza dell’utente, in pratica ci fa ascoltare solo quello che vogliamo sentire.

Si vengono a creare, allora, narrazioni paranoiche capaci di autoalimentarsi e di trarre nuova linfa vitale da utenti con caratteristiche simili. Un cocktail di paura, impotenza e arroganza è alla radice di questo genere di discorso: il cittadino/utente/consumatore non si sente tutelato; un senso di impotenza, misto a una completa sfiducia nei confronti delle istituzioni, lo governa.

La non-comprensione dei nuovi media, delle dinamiche sociali e politiche si traduce in una chiusura a riccio e in deresponsabilizzazione; questo genere di notizie fa breccia perché sembra promettere un tipo di conoscenze negate ad altri e dà la sensazione che condividendo tali informazioni si agisca da novelli Robin Hood contro i poteri forti, contro il “sistema”, ma nello stesso tempo libera dal peso del confronto con la realtà ridotta sempre allo stereotipo: ATTENZIONE internet, la politica, l’altro, il diverso, lo sconosciuto, ci vuole fottere e ridurre in schiavitù. [5]

Spaventoso è il discorso generato e trasmesso, delirante, razzista, ottuso, vittimistico, brutale, grossolano; se siamo cosa diciamo forse bisognerebbe stare attenti ai tipi di narrazione in cui ci andiamo a invischiare, la posta in gioco non è la nostra privacy ma qualcosa di molto più importante, la nostra umanità.

Un vaccino, se un vaccino esiste, è nel confronto (quello vero non quello urlato in caps lock), nello studio (non nell’informarsi chissà dove e da chi) e nella disponibilità ad ascoltare e a lasciarsi almeno toccare da narrazioni altre, senza timori, pregiudizi e con quella capacità tutta animale di provare empatia.

 

Lorenzo Di Paola

[1]  https://it.wikipedia.org/wiki/Analfabetismo_funzionale

[2] Public company: società ad azionariato diffuso

[3] Prima parte, capitolo XXXII

[4] http://trucchifacebook.com/facebook/guida/come-funziona-punteggio-di-pertinenza-relevance-score-facebook/

[5] http://www.butac.it/the-black-list/  ecco una lista di siti che alimentano l’effetto Robin Hood su internet

Immagine in evidenza di Asaf Hanuka http://www.asafhanuka.com/

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