Racconto: La vista del mare – Antonio Esposito

In fondo al vicolo, nel palazzone grigio che copre la vista del mare, al secondo piano abita Rossella.
Nel quartiere tutti la conoscono, trascorre al balcone le sue giornate. A ogni passante fa un cenno, un sorriso o uno sguardo accigliato; a seconda della posizione del sole le dicono “buongiorno” o “buonasera”. La gente della mia età non lo ricorda quel balcone senza di lei. Sembra essere sempre stata lì. Dei genitori non si ha memoria, il mondo se li è portati via senza fare troppo rumore, lasciando a Rossella il giusto per assicurarle una misera autonomia.

In un tono che si dibatte tra il colloquiale e l’urlato, dalla strada al balcone e viceversa, tutti le chiedono come va la giornata, cosa bolle in pentola per pranzo, quanto fa caldo o freddo, o che si dice di quel dolore al fianco che bene o male l’accompagna da anni. Come è felice – dovreste vedere – quando la gente si intrattiene per il caffè. Un po’ di compagnia non è mai male e Rossella accoglie in quel suo caro cantuccio ogni conoscente; anche se si tratta di una pettegola curiosa. E che chiacchiere fa.
A suo tempo, cioè quand’era giovane – perché noi tendiamo a ritenere nostro il tempo della giovinezza –, le capitò d’innamorarsi, d’un amore pudico e sincero. C’era un giovanotto, un tale Enrico, garzone per la salumeria all’angolo di strada, che nel fare le consegne passava e ripassava sotto quel balcone catturando l’attenzione della ragazza. Rossella sulle prime non se ne curò, era tutta presa da alcuni lavori a uncinetto che faceva per tirare avanti. Per se stessa non aveva alcun riguardo, se non quello di portare avanti l’appartamento ereditato dai genitori: le giornate monotone sembravano scandite dai gesti delle sue mani intervallati da poche rapide occhiate lanciate alla strada. E spia una volta, spia due, alla fine il fatto le si fece intrigante. Fu curioso, e non è semplice spiegarlo, come l’espressione rintontita del volto d’Enrico divenne per Rossella motivo di appagamento. Quel viso finì col sottrarle, a mano a mano, la forza di cui dispone chi sa sopportare la solitudine.
I primi slanci furono tutti privati: cominciò a guardarsi allo specchio con maggiore attenzione, a seguire con malizia la linea dei suoi fianchi, a chiedersi come meglio avrebbe potuto comporre i capelli, a sorridere e sorridere ancora: a denti scoperti, allungando la bocca, intrecciando gli angoli delle labbra. Quale era il suo sorriso migliore? lo cercò per giorni. Lo cercò finché il coraggio non le permise di offrirlo al giovane.
La seconda mossa fu quella di attrarlo in casa con la scusa della spesa. Ricorrendo a pretesti sempre diversi: una volta aveva dimenticato una busta, una volta mancavano le uova, un’altra aveva pensato di cuocersi una pizza e “senza pomodoro proprio non poteva”, con una scusa chiedeva al salumiere di inviargli Enrico. Il giovane veniva accolto in casa con le migliori maniere. Lei: sempre educata, sempre gentile, sempre ben vestita, gli offriva da bere, gli chiedeva come stesse andando il lavoro e dopo qualche tempo – “perché sono una donna sola sa…” – lo congedava; per non esagerare e non dare nell’occhio, per non lasciar parlare i vicini.
Queste moine, questi ammiccamenti, i sorrisi stentati e le parole affettate, fecero sempre più coraggio a quello stinco di santo mancato ch’era Enrico. Già da qualche tempo andava ridendo con gli amici delle maniere della donna, o magari faceva qualche malizioso commento in salumeria quando veniva inviato da lei. E la gente nel quartiere ormai sapeva. Guardavano con diletto l’evolversi della vicenda e non mancava chi, tra parole non molto velate, lasciava intuire qualcosa alla donna. «Signorina, oggi ancora non ha chiamato il salumiere?» le diceva qualcuno, oppure «Lo sa, oggi sono andata a prendere del pane e ho saputo che Enrico non era a lavoro».
Rossella, avendo sentito dire che i piaceri d’amore sono sempre conditi dal dolore, arrossiva perché altro non poteva. Allora si chiudeva in casa ed evitava di stare sul balcone quando il vicolo era affollato.
Capitava più spesso di vederla osservare la strada da dietro la finestra. Chi la vide in quei giorni dice che divenne particolarmente malinconica. C’era l’amore ai suoi primi fuochi, irrequieto, smanioso e c’erano le voci, c’era chi sapeva, chi trasformava in spettacolo sentimenti comuni non propri.
Un giorno Enrico finì con l’intrattenersi un po’ oltre in casa dell’infelice.
Rossella stava rispettando il solito cerimoniale, buone maniere, un caffè e quattro chiacchiere che le caricavano al meglio quel meccanismo a molla che era diventato il suo cuore. Data la bella stagione quel giorno aveva indossato un vestito a fiori scollato che le esaltava il colore della pelle, un po’ arrossata dal sole. Mentre parlava con Enrico e svolgeva altre faccende per mostrarsi impegnata buttava l’occhio agli specchi di casa, come per compiacersi.
«Oggi ti trovo particolarmente luminosa, Rossella», le disse Enrico, buttando un occhio alla scollatura.
«Ti ringrazio Enrico… È una bella giornata, sono di buon umore».
«Lo vedo, lo vedo», e finì il suo caffè.
Eccitato dalla scollatura Enrico si alzò, le si avvicinò e disse: «Che ne dici se stasera torno a trovarti?».
La richiesta provocò in Rossella uno slanciò emotivo: le brillarono gli occhi, e prima di scandire parola, fece cenno di sì col capo più e più volte: «Sarebbe un piacere».
Finalmente: in un attimo la realtà svanì, Enrico si dissolse e nella sua mente già si affastellavano le immagini della serata, cosa avrebbe cucinato, cosa avrebbe indossato, con quali parole l’avrebbe accolto. Ignorando il presente si vedeva seduta di fronte a Enrico, magari a lume di candela, ad ascoltare i suoi complimenti e a cedergli la mano che lui dolcemente le allungava.
Come una bolla sospesa sopra le loro teste, quest’immagine le riempì il cuore fino a scoppiare e dileguarsi: in quel momento Enrico con la forza delle sue braccia le stava afferrando le natiche. L’aveva attratta a sé spingendola verso il muro. Provava a infilarle la lingua in bocca e scavava sotto il vestito per raggiungere gli enormi seni. Il panico paralizzò Rossella lasciandola in preda al terrore. Mentre Enrico tastava, premeva, spingeva il suo corpo su di lei, la poveretta tremava e piangeva. Solo quando sentì quella mano odiosa farsi spazio tra le gambe ebbe la forza di respingerlo facendolo cadere all’indietro. Cominciò allora a prenderlo a pugni e calci, e mentre Enrico provava a divincolarsi gli urlò le parole più feroci che le arrivavano alle labbra.
Enrico ormai conscio di aver perso la sua preda provava solo a divincolarsi. A fatica, sotto i colpi di lei, si trascinò fino alla  porta, l’aprì e si trovò di fronte i curiosi attratti dalle urla.
La presenza di testimoni alimentò il coraggio di Rossella, ormai fuori di sé. Inferocita gli diede un’ultima spinta facendolo ruzzolare per le scale. Poi si chiuse in casa, ansimante, col petto che si gonfiava poderosamente.
Un cuore colmo, si sa, è indomabile. La furia di Rossella si placò soltanto in un pianto che divenne tormento quando ripensò a tutte le persone che l’avevano vista, all’affronto subito, alle conseguenze possibili.
Ricomparve la bolla di pochi attimi prima ma stavolta rifletteva solo immagini sciagurate: il volto di Enrico deformato dall’odio, gli occhi dei vicini, la gente del quartiere, l’ossessione dei loro giudizi spinse la disgraziata fino al balcone: guardò giù, c’era solo un passante che non sapeva nulla dell’accaduto. La guardò, incuriosito dal suo volto sconvolto. Lei fece finta d’ignorarlo. Appena questi voltò l’angolo, in pochi attimi, Rossella salì sulla ringhiera e si lasciò cadere.
Andò a sbattere su un grosso furgoncino che attenuò la caduta. Il suo corpo arreso fece solo un gran tonfo.
Ora di quei giorni le restano delle costole incrinate e una storia da tenere segreta mentre passa le giornate al balcone del palazzone grigio in fondo al vicolo. Quello che copre la vista del mare.

Antonio Esposito

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