House M.D. come archetipo: un tributo e un’apologia.

Everybody lies

Una doverosa premessa: l’articolo non sarà “flaubertianamente” impersonale. La “prescrittiva” imparzialità sarà minata dal coinvolgimento emotivo, dal potere evocativo della reminiscenza di un tempo perduto, dal processo risanatorio della nostalgia che mi porteranno – e l’uso della prima persona (in teoria aprioristicamente condannabile) è una scoria di tale approccio, un fatale corollario del soggettivismo che si appresta a erompere – a obliare i difetti della serie per esaltarne incondizionatamente i pregi. Sì, dall’affetto. Perché House M.D. è stata la serie che mi ha accompagnato dall’infanzia al primo anno di Università, quella che più di tutte ha lasciato un segno, anzi, un solco indelebile. Ma il mirabile prodotto di David Shore – tralasciando la parzialità del sottoscritto –  ha rappresentato (insieme a Lost, Six Feet Under e poche altre) inconfutabilmente una fase di transizione capitale per l’universo seriale in senso lato, un momento nel quale la televisione si è ripiegata su se stessa per riflettere, in cui ha imparato a conoscere davvero i propri mezzi, i propri limiti e il proprio potenziale inespresso. House M.D. è una delle prime manifestazioni di ciò a cui assistiamo quotidianamente: la “golden age”nel suo dominio imperioso che rischia di minare (ammesso che non l’abbia già fatto) la storica autorità del grande schermo. Seppur in uno stato embrionale – e la struttura procedurale e i buchi di trama (con annesse “dipartite” del cast attoriale) sono ancora i sintomi di una sperimentazione in atto – House M.D. è il trampolino di lancio di un modus operandi, la mutazione di un microcosmo in macrocosmo, la prosecuzione ideale di ciò che Buffy, The Whire e i Sopranos (per motivi diversi) avevano già dischiuso al telespettatore, prefigurando al mondo una rivoluzione copernicana.

Sono trascorsi quasi quattro anni dal 22 Maggio 2012,  data del celebre finale del “medical drama” che è riuscito a elevarsi – e distinguersi – dalla mediocrità (talvolta offensiva intellettualmente)  degli  shows medici televisivi, stagliandosi nell’immaginario collettivo per la sua emblematicità, per le novità che ha saputo introdurre da un punto di vista tecnico e tematico, per l’autentica genialità con la quale sono stati ideati e orchestrati alcuni episodi (anche premiati dagli Emmy, per ciò che può valere) e per la costruzione in fieri della psicologia dei personaggi.  La trama – in vero ve ne è davvero poca – e il soggetto sono pressoché noti a tutti. Tuttavia, è inutile negare che su House M.D. pesino talvolta dei commenti poco lusinghieri, dei pregiudizi che ne hanno minato la credibilità, misconoscendone i meriti a causa di un’incomprensione ab origine delle modalità di fruizione. Un delitto interpretativo che spesso conduce a un’indebita associazione, a una sentenza offensiva per ogni spirito critico: “l’era di Dr. House e Grey’s anatomy”. Una “leggera” liaison dangereuse che può innescare una furia impetuosa in ogni estimatore che ha imparato ad ammirarne la grandezza: di Grey’s anatomy, purtroppo, c’e poco da salvare, almeno da un punto di vista qualitativo in senso stretto. Vi è anche, poi, chi suole pronunciarsi superficialmente in tali termini: “tra i due (con implicito snobismo che non lascia adito ad ipotetiche discussioni) preferisco decisamente Scrubs, è più “realistico”. Tralasciando l’uso della parola “realistico” –  che spesso invoglia ad interrogarsi esistenzialmente sull’accezione semantica che si suole attribuire a tale aggettivo in un universo finzionale – è evidente l’ingenuità di ogni paragone così formulato: si tratta di generi diversi (e Scrubs nel suo genere è notevole, specialmente nelle prime tre stagioni). Ciò che mi preme abbozzare, però, è il tentativo sommario di una confutazione di due storici pregiudizi,  provando (nei limiti) a “deautomatizzare” chomskyanamente la percezione di House M.D e fornendo delle chiavi esegetiche che possano incentivare ad una (re)visione più aperta, meno condizionata dall’intransigenza preventiva nei confronti di lacune – che pur ci sono, è inutile negarlo – ritenute parossistiche e insostenibili.

  1. Inverosimiglianza medica. House non è mai stata – né mai è voluta essere – una serie di riproduzione fedele dell’universo sanitario. È indubbio che ci siano dei paradossi clinici (talvolta delle grottesche mostruosità), ma è ingrato soffermarsi unicamente su questi aspetti. David Shore ha ufficializzato diverse volte la filiazione diretta con Conan Doyle e l’ispirazione dichiarata del protagonista a Sherlock Holmes. Ma non solo del protagonista, anche della serie e persino delle dinamiche narrative: House e Wilson (il fido amico) come Holmes e Watson, l’oppio come il vicodin (antidolorifico con cui egli tenta di placare la cronica zoppia, elemento scottante e onnipresente) e numerosissimi altri riferimenti (uno evidente anche nel finale), non ultima la genialità “divinatoria” nell’interpretazione dei segni, dei sintomi, nell’adozione del paradigma indiziario. E’ un prodotto, quindi, che ab origine ha deciso di deviare dallo status quo della medicina seriale: di E.R, per fare un ulteriore esempio, non ha assolutamente niente, nel concepimento come nella realizzazione. In altri termini, Gregory House è per certi versi (ma non unicamente, è molto altro) uno Sherlock in camice – anche se il camice è da lui rigettato in quanti simbolo artificioso di una convenzione. Meglio: uno Sherlock dalla lieve zoppia. Ogni caso è un mistero da risolvere, un espediente per saziare la sua curiosità, per placare transitoriamente il suo taedium vitae che lo attanaglia, lo perseguita e lo conduce alla sofferenza eterna, inestinguibile. La ricerca dell’effimero piacere derivante dalla risoluzione dell’enigma, del puzzle, diviene l’estremo tentativo di resistere ad un cosmo avverso, di perpetuare la propria essenza per inerzia, unicamente perché “death isn’t interesting, it’s eternal nothingless”. Autentica attività nevrotica che è l’ultimo baluardo – nonché un consapevole autoinganno – ad una caotica esistenza il cui eterno fluire sembra protrarsi meccanicamente, senza alcun fine:

Everybody dies, it’s meaningless.

“Caso”, però, che non è solo una mera funzione narrativa, un espediente astratto per permettere all’episodio di dispiegarsi meccanicamente: esso diviene anche il nucleo vivo da cui si dipana organicamente ogni storia, in quanto il “caso” è, di fatto, rappresentato da un paziente, un individuo. Un paziente che ha il suo passato, le sue idee, la sua umanità che entrano in conflitto con i valori – e talvolta i forti ideali anacronistici – del protagonista. Ideali estremi che celano delle ferite profonde, delle controversie interiori, un’umanità vivida ma sottaciuta, dissimulata con una parvenza (autoprotettiva)  di un acre cinismo. Una sensibilità mascherata da una cronica apatia, da un’ironia sprezzante figlia del dolore e dallo scacco inesorabile del desiderio: il personaggio di Gregory House è gigantesco, uno dei migliori mai creati nell’universo seriale. Di una tale immensità da offuscare gli altri che sembrano diventare (e di fatto lo sono) una comparsa, eccetto il sodale Wilson. In altri termini, l’invito che intendo rivolgere ai possibili nuovi fruitori è questo: è opportuno, forse, non soffermarsi sulla verosimiglianza medica (che spesso è effettivamente trascurata), sui medici che sembrano modelli che sfilano in passerella o su altri parametri simili. E’ proficuo, invece, focalizzarsi sui personaggi, sulla loro costruzione interiore, sulle loro relazioni, sulla piacevolezza dello “scioglimento” del caso, sulla psicologia controversa di Gregory House. E il secondo pregiudizio che mi accingo a discutere è  già parzialmente contenuto nella righe precedenti.  

2. Inverosimiglianza del protagonista. Tale giudizio, in vero, è stato anche causato dalla struttura procedurale, residuo obsoleto di un modo di fare televisione ormai (quasi) abbandonato del tutto. La proceduralità è spesso, di fatto, uno scoglio allo sviluppo lineare di una trama, alle interelazioni dei personaggi. Scoglio che House M.D ha comunque sapientemente evitato – anche se l’impalcatura architettonica, a differenza, per esempio, della “fluidità” di Six Feet Under, risulta ancora rigida, come intrappolata in un “fissismo”- ma di cui non ha potuto fare a meno di subire gli effetti nefasti: la saltuarità della visione. In altri termini, spesso tale impostazione reca con sé un pericoloso corollario, almeno nella mente dello spettatore: la convinzione, cioè, che vedere un episodio una tantum (magari anche saltandone diversi) sia tutto sommato possibile ai fini della comprensione globale dell’intreccio. Tale approccio è certamente possibile e, di fatto, tali dinamiche sono state originariamente concepite proprio per “agevolare” lo spettatore, concedendogli un apparente margine di libertà. Ma esso porta a dei fraintendimenti notevoli. Il principale, appunto, è il rischio di un’ incomprensione del personaggio principale, la cui costruzione psicologica è magistrale, ma che non si riesce a percepire pienamente senza una fruizione continua e fedele. Soprattutto se si ignorano gli elementi evidenziati precedentemente e si commette l’abominio di non vederlo in lingua originale. Il risultato è che si finisce col percepire Gregory House come un eccentrico zoppo (al limite del parossismo)  in pieno delirio di onnipotenza, la cui genialità è così marcata da apparire metafisica e la cui ironia pervasiva (talvolta così acre da poter risultare fastidiosa e ingiustificata) sarebbe un occhiolino ammiccante agli spettatori per coprire i notevoli buchi di trama e le inefficienze dell’ideazione. Come detto, l’ esasperazione dei tratti è figlia di una scelta effettuata a monte e come tale va giudicata: essa può piacere o meno. Ma serve ad esaltare determinati aspetti caratteriali, a creare come una gigantografia (talvolta anche volutamente caricaturale), un personaggio immenso scosso da profondi contrasti,  nonché ad omaggiare  (e non plagiare) la creatura di Conan Doyle.

Tali pregiudizi hanno condotto, come detto, alla svalutazione onnicomprensiva di quella che rimane una delle gemme della serialità. Una serie che, tra l’altro, ha il merito, nonché il coraggio, di essere un’apologia del sentimento forse più nobile: l’ amicizia. House M.D. è, infatti, un profondo inno all’amicizia, una “bromance”: il rapporto tra House e Wilson è intensissimo ed è la cosa più bella, a mio giudizio, dell’intera serie, relegando la sfera amorosa a uno statuto di marginalità. Un rapporto che sembra quasi avere echi flaubertiani (in particolare dell’Educatione Sentimentale, con Frederic Moreau e Deslauriers) e che è, forse, il vero filo rosso che percorre le otto stagioni di House M.D. La finezza e la sensibilità con cui è stato ideato il rapporto amicale tra House e Wilson non è forse, ancora oggi, stata eguagliata nell’intero panorama seriale. Eppure, non è certo l’unica vetta di cui House M.D. si può fregiare: alcuni episodi, tra i quali “House’s head” e “Wilson’s heart” o “Three stories”,  sono ancora degli esempi paradigmatici di perfezione televisiva; e la recitazione di Hugh Laurie è senza dubbio nella top 10 delle interpretazioni attoriali che si siano mai potute apprezzare sul teleschermo. Interpretazione così profonda, autentica che è stato il suo più grande orgoglio, ma forse anche la sua più grande “condanna”: Hugh Laurie è, ormai per tutti, il Dr. Gregory House. Associazione analogica inconscia che è spesso croce e delizia, il dolce pericolo per ogni carriera attoriale che intenda opporsi alla stasi e alla gloria di un lungo successo.

Quattro anni fa, sulle note della canzone di Warren Zevon ( la penultima dell’episodio conclusivo) la parabola esistenziale del geniale Gregory House si apprestava a dissolversi, a conchiudersi in un cerchio ideale dopo nove anni di una sperimentazione laboratoriale televisiva, con alti e bassi. La scelta non fu casuale. I fans più accaniti colsero al tempo – e forse ora colgono – il riferimento tematico alla storyline dell’ultima stagione, molto toccante, cui purtroppo non si può fare esplicito riferimento. La bella melodia aveva un suggestivo monito che è possibile estrinsecare: con i bei versi di Zevon, infatti, House M.D si accingeva a congedarsi dai telespettatori, invitandoli a a serbar nel loro cuore un cantuccio occupato dal suo piacevole ricordo, a custodire una – pur vaga, indistinta – reminiscenza che la preservasse transitoriamente dall’oblio del tempo. Invito da me fedelmente raccolto, nella speranza che l’eco di ciò che House è stato possa ulteriormente diffondersi, creando seguaci.

P.s un ulteriore indizio (allerta spoiler) per il riferimento musicale: potrebbe ulteriormente giovare informarsi sulla biografia del cantante.

Guido Scaravilli

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