Autobiografia, libertinismo e censura nel cinema felliniano

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Marcello Mastroianni in una scena del film La dolce vita.

Se nella “trilogia della redenzione” appare evidente il debito profondo che Federico Fellini ha nei confronti del neorealismo, in un secondo momento (1958-1963) il regista sembra lasciarselo alle spalle. Nel decennio successivo, da attento osservatore della realtà, Fellini si trasforma in un sognatore votato all’introspezione: i suoi soggetti si fanno sempre più personali e lo stile più stravagante. Il maestro della regia del 1956 nel giro di pochi anni sarebbe diventato una stella di fama internazionale. Dopo Le notti di Cabiria (1957), Fellini scrisse la sceneggiatura di Fortunella (1958) per Eduardo De Filippo e prese in considerazione l’idea di dirigere un adattamento delle Memorie del Casanova oppure Moraldo in città. Non se ne fece nulla, ma Moraldo gli fu ispirazione per il personaggio di Marcello ne La dolce vita (1960), scritto con Tullio Pinelli, Ennio Flaiano e Brunello Rondi.

Ritratto magistrale di un mondo decadente e peccaminoso tipico del cinema di Cecil B. DeMille, La dolce vita è la storia di un giovane di provincia trasferitosi a Roma per fare carriera come giornalista. Se ne Il bidone (1955) e Le notti di Cabiria il regista aveva ritratto la volontà di rinnovamento dell’individuo, nel suo nuovo film questa rinascita veniva vista come un’esigenza collettiva della società. Nella straordinaria scena di apertura del film si vede penzolare da un elicottero, a braccia distese, una statua di Cristo con lo sguardo rivolto alla città che si stende ai suoi piedi. Ambientato nell’arco di sette giorni e sette notti, il film narra le scorribande libertine compiute a Roma dal cinico e disincantato giornalista mondano Marcello Rubini (Marcello Mastroianni), che per assicurarsi gli scoop migliori passa il tempo a curiosare tra i vari caffè e i bar di via Veneto, strada elegante gremita di aspiranti scrittori à la page. Ma Marcello è stanco di quel lavoro e coltiva l’intima ispirazione di diventare un vero scrittore, e cerca di consolarsi tra le braccia di donne conosciute per caso.

La dolce vita

Mastroianni e Anita Ekberg in una scena da La dolce vita

Con La dolce vita Mastroianni e Anita Ekberg guadagnarono il successo internazionale. Dino De Laurentiis, che in un primo tempo era stato il produttore del film, aveva caldeggiato la scelta di Paul Newman per il ruolo del cronista mondano, ma Fellini si oppose, sostenendo che Newman potesse rappresentare piuttosto una delle star da copertina di cui Marcello andava a caccia in via Veneto. Al posto della star americana, il regista scelse Mastroianni, che aveva già una ricca esperienza nel teatro. I due si erano conosciuti nel 1948, quando l’attore era apparso accanto a Giulietta Masina in Angelica. Pur non essendo alla sua prima apparizione sullo schermo fu grazie a La dolce vita che Mastroianni ottenne la notorietà. In lui si volle vedere l’alter ego di Fellini sullo schermo e l’attore ebbe con il regista un rapporto di lavoro simile a quello esistente tra François Truffaut e Jean-Pierre Léaud. Anche la professione svolta da Marcello rafforza la convinzione che l’attore fosse in realtà una specie di sostituto di Federico il quale, appena arrivato a Roma, aveva lavorato come giornalista.

Nell’estate del 1958 Fellini approfondì la sua conoscenza del mondo rappresentato ne La dolce vita. Divenne un regolare frequentatore dei caffè che la popolavano. Come è noto, volle ricreare la via a Cinecittà, coprendo le spese con la parte dei proventi del film che gli spettava. Era impossibile prevedere l’accoglienza che La dolce vita avrebbe ricevuto a livello internazionale: la pellicola entrò rapidamente a far parte dell’immaginario del pubblico; il maglione a collo alto indossato dalle star del film divenne noto come dolcevita; il cognome del fotografo protagonista, Paparazzo, più comunemente usato al plurale, paparazzi, divenne per antonomasia l’appellativo di qualunque fotografo mondano. Il film fu un vero e proprio fenomeno di costume e in tempi rapidi si guadagnò la fama di pellicola controversa che esigeva esplicite prese di posizione. La stampa e la Chiesa cattolica non tardarono a farsi sentire.

Il successivo lavoro di Fellini fu un nuovo contributo a un collettivo. Il progetto Boccaccio ’70 (1962), originariamente concepito come versione moderna del Decamerone, è composto da quattro episodi, firmati da Luchino Visconti (Il lavoro), Vittorio De Sica (La riffa) e Mario Monicelli (Renzo e Luciana). I quattro episodi, dalla durata complessiva di tre ore e mezzo, divennero una sorta di manifesto contro la censura. Per Boccaccio ’70 Fellini girò Le tentazioni del dottor Antonio, che può essere letto come una risposta alle reazioni suscitate da La dolce vita poiché parla di quanto sia inutile tentare di reprimere i propri istinti sessuali. L’episodio narra le disavventure dell’eroe eponimo (Peppino De Filippo), un crociato del moralismo che si sente irresistibilmente attratto da una procace modella (Anita Ekberg), la quale fa bella mostra di sé invadendo con le sue forme un esagerato manifesto pubblicitario per il latte. Con questo divertente corto dove prende in giro il mondo della pubblicità, Fellini pareva essere tornato ai tempi di Marc’Aurelio, per il quale aveva scritto una serie di parodie in cui ironizzava sulle esagerate pretese degli spot dell’epoca. Nel corso della sua carriera il regista fu infastidito dalla pubblicità. Con l’avvento della televisione, cominciò a provare fastidio per le interruzioni pubblicitarie dei lungometraggi trasmessi sul piccolo schermo, specialmente se si trattava dei suoi.

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Una scena dal film 8 e mezzo.

Con il cartello “Ricordati che è un film comico” appeso alla macchina da presa, nel maggio 1962 Fellini cominciò a girare il complicato ritratto di un artista in crisi creativa. Il film si apre con un incubo. Un famoso regista, Guido Anselmi (Mastroianni) resta intrappolato nel traffico e tenta di uscire dalla macchina; quando ci riesce, si vede galleggiare in aria, per poi ritrovarsi bruscamente trascinato al suolo un minuto dopo. La stupefacente sequenza iniziale è frutto della fantasia di Guido; stressato e sotto pressione a causa del lavoro, va a curarsi alle terme. Lungi dall’aver raggiunto la guarigione, Guido diventa sempre più sfibrato, e questa sua angoscia si riflette nell’intensificarsi della sua vita onirica e delle immagini dell’infanzia. I piccoli eventi che accadono alle terme innescano in lui una serie di ricordi e tra un sogno e l’altro ritorna sempre la domanda: il suo nuovo film vedrà mai la luce? Era del tutto logico che Fellini decidesse di girare un film su come si fa un film. sarebbe stato salutato come la più perfetta ode al cinema del regista, perfettamente inseribile nell’affascinante sottogenere del “cinema sul cinema”. Furono proprio e Il disprezzo (1963) di Jean-Luc Godard, incentrati sui dilemmi creativi dei registi, a esercitare un’influenza diretta su un nuovo tipo di cinema metanarrativo. L’influenza della pellicola di Fellini può essere ravvisata in Effetto notte (1973) di François Truffaut, Stardust Memories (1980) di Woody Allen, e Il grande regista (1988) di Christopher Guest. L’aspetto insolito è che, a differenza di queste pellicole, in non vediamo mai il film nel film.

Fellini non fece nulla per nascondere la matrice autobiografica della nuova pellicola e lo si comprende già dal titolo, scelto come  riferimento all’ottavo film e mezzo realizzato fino a quel momento. In attinge alle sue esperienze nel mondo del cinema, con un’attenzione particolare al rapporto con gli interpreti, la troupe e i produttori. Si consolidò la fama di Mastroianni come alter ego del maestro: l’attore ha il ruolo di un regista in là con gli anni che fa di tutto per fare del suo nuovo film un grande successo e che si veste proprio come Fellini, esibendo un abito nero corredato di cappello. Se il mondo esterno di Guido riproduce esattamente la vita professionale del regista Fellini, quello interiore ritrae episodi della vita di Federico da bambino. è anche una satira sul modo in cui i critici avevano accolto ogni sua opera, specialmente La dolce vita e Le tentazioni del dottor Antonio. All’inizio il dottore chiede in modo sarcastico: «Be’, che ci prepara di bello? Un altro film senza speranza?». Sia le trame sia i personaggi vengono fatti a brandelli e il lavoro viene bollato come “un catalogo dei suoi errori”. Fellini si tutela contro le future critiche sulla sua opera anticipandole in questo modo.

ha un impianto narrativo libero che si snoda lungo un asse principale, ossia la vacanza alle terme, ma che tuttavia si addentra e riemerge liberamente dal complesso mondo onirico della memoria di Guido. Vanta, quindi, una struttura temporale più complessa de La dolce vita che, al contrario, si sviluppava in una serie lineare di eventi. Il film è da molti ritenuto la più alta espressione di Fellini, più ancora de La dolce vita. Qui tutto si compie, tutti i misteri vengono identificati. Il mondo del regista si evolve da (più o meno) reale che era, sale di dimensione per diventare tutto. Tutto incredibilmente nella sua “prima persona”, come una sorta di paradiso e inferno efficacissimi, onnicomprensivi.

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Peppino De Filippo in una scena di Boccaccio ’70

Enrico Riccardo Montone

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