Il mondo cristallizzato di Llewyn Davis

Siamo nel 1961. Il Greenwich Village di New York è già da qualche decennio culla affermata del revival folk, corrente di protesta da cui molti giovani artisti americani si sentono rappresentati negli anni del commerciale boom pop. Nel quartiere residenziale dei loft a basso prezzo e dei caffè dallo stile essenziale e decadente ha inizio la storia del giovane musicista squattrinato Llewyn Davis. Lungo strade sormontate da palazzi in mattoni rossi cui è facile accedere grazie a improvvisate scale o uscite antincendio e finestre spesso lasciate aperte, sopravvive rincorrendo un ideale di successo che lui stesso definirà non carrieristico, in quanto destinato a rimanere puro e non profanato da quell’appiattimento che il mercato discografico vorrebbe; e se il suo partner musicale Mike lo ha lasciato gettandosi dal George Jackson Bridge, perché incapace di affrontare questa realtà, Davis rifiuterà di accettarla quasi sino alla fine.

Nessuno spoiler: Ethan e Joel Cohen, in Inside Llewyn Davis (dal titolo italiano A proposito di Davis), raccontano le vicende che seguono la morte di Mike. La loro lente d’ingrandimento inquadra l’esperienza del protagonista nell’arco di una settimana o poco più, ed individua una serie di luoghi costanti che rappresentano la contropartita realistica con cui è destinato a scontrarsi: il Gaslight Cafè, la casa di Jean e Jim, quella dei Gorfein (genitori del suo partner) e l’abitazione della sua famiglia ormai occupata dalla sorella. I Cohen mettono fin da subito in chiaro che ciò a cui assistiamo è solo il ripetersi di una casistica di situazioni che Davis vive da molto tempo, reiterandole. Troppo povero e testardo per pagare anche solo una stanza, intenzionato a sbarcare il lunario unicamente con la musica, e inorgoglito dal suo talento, al punto tale da rispondere alla proposta della sorella di imbarcarsi su una nave della Marina (come già suo padre prima di lui aveva fatto) con la frase: La Marina Mercantile? Ancora? Solo esistere?

Ma come la bella Jean continua a ricordare, i più grandi deterrenti al raggiungimento del successo di Davis, sono l’irresponsabilità e la sua totale indifferenza nei confronti del futuro. Vive dormendo sui divani dei pochi amici che ancora provano pietà per lui e arraffa spiccioli collaborando a lavori musicali che ritiene insulsi, anche se di tendenza. Nonostante conosca bene la predilezione dello show business per i brani di gruppo e costruiti con più strumenti, si ostina a esibirsi in performance completamente solitarie come nella scena che dà inizio e conclusione alla pellicola (secondo una struttura perfettamente ciclica): a lui è affidata l’esecuzione di Hang me dello storico cantante  Dave Van Ronk, dalla cui impopolare vicenda artistica ed esistenziale (riportata in un ciclo di diari racchiusi sotto il titolo The Mayor of MacDougal Street) i Cohen hanno attinto materiale per la creazione del loro insolito paladino.

Inside Lleyn Davis è anche il titolo dell’album da solista del protagonista e ricalca perfettamente il prodotto musicale Inside Dave Van 12 Ronk del 1963. Queste corrispondenze, oltre a creare un collegamento tra le memorie dell’artista e quelle del nostro eroe fittizio, stabiliscono anche un filo sottile tra musica e vita: indissolubilmente legate le due dimensioni, rischiano di tenere Davis bloccato e sospeso in un presente restio a modificarsi, quasi cristallizzato, destinato a ripetersi ciclicamente nei suoi sbagli ricorrenti. La stessa fissità si rispecchia nelle significative parole dello sfortunato (si fa per dire) personaggio: Probabilmente l’avevate già sentita. Se non è mai stata nuova e non invecchia mai allora è una canzone folk.

Quella che superficialmente può essere giudicata una trama fiacca, ridondante e priva di entusiasmanti colpi di scena, alla cui mobilità contribuiscono solo pochi episodi o incontri inaspettati (come avviene durante il viaggio di Davis verso Chicago), nasconde in realtà un gioco di richiami e numerose interdipendenze: anche quando dopo aver ricevuto l’ennesimo rifiuto, sceglierà di cambiare vita, la sua innata incapacità di adattarsi ai tempi (travestita da sorte avversa) gli giocherà un nuovo tiro mancino, riportandolo al punto di partenza.

Questo esilarante musicista stilizzato ha pur sempre il pregio e la colpa di resistere alla modernità, di scegliere di non vendersi in un ambiente in via di ammorbidimento, eppure dove di lì a poco Bob Dylan avrebbe scatenato la celebre rivoluzione elettrica. Mentre si dirige fuori per prendere parte in maniera inconsapevole alla rissa (siamo nella scena che apre e chiude il film), Davis osserva con la coda dell’occhio un giovane  e sconosciuto Dylan esibirsi nel solito Gaslight Cafè. Solo a questo punto l’opera ingegnosa dei Cohen può interrompersi, ed impedire che il nastro venga riavvolto in un numero di volte infinito: dal palco quel nuovo ragazzo distruggerà la finzione scenica e tirerà il sipario su una nuova epoca. Ha alle sue spalle però maestri purtroppo sottovalutati come Van Ronk, alla cui incontaminata bellezza originaria egli deve tanto e di fronte alla cui resistenza spassionata vien da chiedersi: è giusto intestardirsi su un ideale di perfezione immutabile?

Francesca Ciaramella

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