Enrique Vila-Matas, o come gli extraterrestri pubblicano libri

Fine dell’estate. Rientro in città. Un progetto. Fra poco più di un mese sarò l’interprete di un autore spagnolo in occasione di un incontro letterario alla Maison de la Poésie, a Parigi. Per prepararmi inizio a fare delle ricerche, a guardare tutte le sue interviste su internet e a leggere i suoi libri. Una rivelazione. È un extraterrestre della letteratura spagnola. E ciò che veramente conta è il suo universo creativo, quasi al di là delle concrete realizzazioni attraverso i suoi libri.

Enrique Vila-Matas è nato a Barcellona nel 1948, un sorriso appena accennato, la serietà di chi vede meglio degli altri il lato comico della vita. Ha pubblicato qualche decina di titoli, dagli anni ’70 in poi, molti dei quali tradotti e pubblicati in Italia.

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I temi ricorrenti della sua riflessione e della sua scrittura, in ordine sparso, sono: la creazione letteraria, la metaletteratura, il confine (se c’è) fra vita e letteratura, la permeabilità tra fiction e realtà, la tragicomicità dell’esistenza, l’impostura, il gusto per l’assurdo, lo sguardo umoristico e satirico posato su tutte le cose (finanche sulla follia e sulla morte), la frantumazione dell’identità di pirandelliana memoria. Ne risultano personaggi stralunati, storie che fanno strabuzzare gli occhi, pagine su cui si ride ad alta voce, linee su cui si può piangere.

Dice che è entrato nella letteratura come si entra nella vita, senza saperlo. È esilarante sentirgli raccontare dei suoi esordi, giovanissimo, nella rivista di critica cinematografica Fotogramas. Il primo incarico che gli viene affidato è quello di tradurre dall’inglese allo spagnolo un’intervista di Marlon Brando. Incapace di capire una sola parola in inglese, per non perdere il posto, decide di inventarsi l’intervista di sana pianta. Ci prende gusto. E a partire da lì ne inventerà molte altre: talvolta per problemi di comprensione dell’inglese, talvolta solo per poter far dire alla persona intervistata ciò che lui, intervistandola, vuole sentirsi dire. Why not? È molto più che un modo di sbarcare il lunario. È già una concezione della letteratura che si annuncia.

La realtà viene trasfigurata dalla scrittura, e la scrittura eleva al rango di realtà ciò che è inventato, di modo che, in ultima analisi, viene abolita la barriera tra reale e immaginario. È un modo di scrivere, e di vivere. Il lettore può senz’altro essere disorientato leggendo libri stracolmi di aneddoti (tipicamente relativi ad altri autori o personaggi noti), molti dei quali sono almeno parzialmente inventati. Se glielo si rimproverasse lui non vedrebbe il problema, risponderebbe: «Che differenza fa?». Del resto, disorientare è una delle cose che gli piace fare: disorientare il lettore o i tassisti. Si dichiara insofferente verso quelle conversazioni banali, di circostanza, alle quali preferisce un più nobile silenzio. Così che se qualche tassista cerca di attaccar bottone dicendogli, per esempio, che piove, lui si diverte a rispondere che non piove affatto, anche contro ogni evidenza, giusto per vedere l’effetto che fa (e in genere a quel punto il tassista capisce che non è aria e sta zitto).

Un altro dei tratti caratterizzanti la sua scrittura, a parte la contaminazione tra scrittura narrativa e saggistica, e la già evocata fluidità della frontiera tra fiction e realtà, è l’uso abbondantissimo delle citazioni. Anche qui, però, non c’è da fidarsi perché quasi sempre modifica le citazioni o le attribuisce a un autore diverso, oppure le integra nel testo senza dichiarare che sono citazioni.

Sorvoliamo alcuni dei suoi libri. Suicidi esemplari è del 1991 (di tre anni dopo la prima traduzione italiana). Si tratta di una decina di racconti in cui è data la cronaca del suicidio di dieci personaggi non illustri, in dieci luoghi geografici diversi. L’autore dichiara di averlo scritto per indagare il suo rapporto con la vita e con la morte, e soprattutto con quest’ultima, poiché dalla finestra del suo appartamento al sesto piano la possibilità del volo gli si offriva facilmente. Dichiara infatti anche che durante la scrittura di questo libro, vista la sua tendenza a identificarsi sempre con i personaggi di cui scrive, ha temuto di cedere alla tentazione di mettere alla prova le sue ali e di ammazzarsi.

Nel 2000 pubblica Bartleby e compagnia (la prima traduzione italiana è del 2002). Qui l’autore, facendo sfoggio di una cultura enciclopedica e della solita dose di fantasia, passa in rassegna i vari bartleby della storia della letteratura (veri o presunti), ovvero quegli scrittori che a un certo punto non hanno più voluto o potuto scrivere. Come è noto, Bartleby è lo scrivano protagonista del racconto di Melville che con la sua celeberrima risposta «Preferirei di no» arriva gradualmente a rifiutare di svolgere qualsiasi compito.

Segue Il mal di Montano nel 2002 (pubblicato in Italia nel 2005) dove il protagonista ha una vera e propria ossessione per la letteratura e dove viene trattato il tema della probabile morte della letteratura stessa e delle possibilità di evitare questa morte. Secondo le parole dello stesso Vila-Matas si tratta dell’itinerario di un moderno Don Chisciotte che combatte contro i numerosi e agguerriti nemici della letteratura che in ultima analisi è però l’unica possibilità di salvezza e di dare un senso alle cose.

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Citiamo un ultimo testo, fra i numerosi possibili. Parigi non finisce mai, un titolo che è già una meraviglia, viene pubblicato nel 2003 (nel 2006 in traduzione italiana). L’autore dice che si tratta apparentemente di un ripercorrere con ironia gli anni della giovinezza trascorsi a Parigi nel tentativo di imitare la vita bohème di Hemingway narrata in Festa mobile. In realtà, prosegue, il libro risponde al desiderio di dare al lettore qualche notizia vera sulla sua vita. Ma ovviamente poi precisa che tutto è vero nella misura in cui tutto è inventato, poiché un racconto autobiografico altro non è se non una fiction fra le tante possibili.

Ecco allora. Passa un mese. Ci incontriamo. Ha ragione lui. La vita è strana, la vita è assurda, la vita è letteratura, e a guardar bene le cose non si può fare a meno di ridere.
Iniziamo a chiacchierare. Dico l’unica cosa che probabilmente non vorrebbe sentire: «Meno male che è uscito il sole». Ma lo dico con convinzione. Quando si vive a Parigi, che esca il sole non è mai una banalità. Forse se lo ricorda.

 

Manuela Corigliano

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