“Il padre d’Italia”, nel nome dei figli

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Una scena del film Il padre d’Italia

Paolo (Luca Marinelli) voleva diventare un falegname o un architetto, e invece fa il commesso in un megastore di arredamento preconfezionato. Da poco è stato lasciato dal suo compagno Mario (Mario Sgueglia), che sta provando a realizzare i suoi sogni (forse anche quelli preconfezionati) insieme a un altro uomo. Una sera, mentre Paolo va in cerca di Mario in un locale gay, incontra Mia (Isabella Ragonese), giovane donna incinta che sembra non sapere cosa fare di se stessa, men che meno della bambina che aspetta. Suo malgrado, Paolo si farà carico di Mia e cercherà di riportarla a casa, intraprendendo un viaggio che porterà entrambi in giro attraverso l’Italia del presente.

Nel cinema di impegno sociale e civile di Fabio Mollo, lo spazio assume un aspetto importante e caratterizzante: è un luogo fisico dove i personaggi vivono come costretti dalla concretezza di uno sguardo presente e reale, in cui pare non esservi possibilità di fantasticare un mondo migliore. Uno luogo, l’Italia, testimone del graduale disfarsi del tessuto sociale. Ne Il padre d’Italia la raffigurazione di uno scenario urbano è più che mai funzionale all’esigenza di esprimere la condizione di solitudine e di emarginazione in cui vivono i due protagonisti del film. Dalla contingenza reale di una precisa cornice cittadina, quella di Torino, la città si trasforma in elemento filmico, e metonimicamente diventa metafora di un contesto urbano del disagio e dell’emarginazione che non ha connotati locali, nel quale i personaggi devono dibattersi: uno spazio in cui le vicende nella loro esemplarità rimandano alle grandi questioni etico-morali che, tornando indietro agli autori del neorealismo e prima ancora ai documentaristi inglesi e statunitensi, segnano un percorso di coerenza artistica e stilistica.

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Gli attori Luca Marinelli e Isabella Ragonese

Parlare di padri oggi risulta persino banale. Si assiste a una produzione tanto vasta quanto a volte superficiale di saggi, testi, manuali per esperti e per apprendisti padri, film e cartoni animati, dibattiti e corsi. Il padre viene definito “l’assente”, ma ciò che di fatto è assente è il pensiero del padre. L’errore, nel valutare Il padre d’Italia, sarebbe quello di considerarlo un pamphlet ideologico in difesa della genitorialità omosessuale, perché se anche quello fosse stato l’intento di Mollo, il risultato è infinitamente più complesso. Mollo e la sceneggiatrice Josella Porto non sono caduti nel tranello di considerare il padre e la sua assenza dal punto di vista del ruolo e della funzione. Nel film gli eventi sono tutti filtrati attraverso la sensibilità dei protagonisti, immersi nella loro quotidiana lotta per la sopravvivenza. Se nell’era dello spettacolo, del successo e della realizzazione a tutti i costi, le relazioni interpersonali e un’occupazione stabile costituiscono il discrimine al di sotto del quale la vita umana non può neanche considerarsi tale, Il padre d’Italia racconta il disperato conseguimento di questa soglia minima di “umanità” da parte di un omosessuale. Mia fugge da tutto e non ha la più pallida idea o coscienza della maternità. Paolo non rinnega il proprio orientamento sessuale, anche se tra i due qualcosa è scattato, ma capisce e sente il richiamo della paternità. Della maturità, delle scelte, delle responsabilità e della loro bellezza, del salto in avanti e del quaderno che non può mantenere in eterno i suoi fogli in bianco perché è triste continuare per sempre a travestirsi da adolescenti. Il padre d’Italia sembra trarre la sua linfa vitale dalla contrapposizione binaria di due personaggi alla ricerca del proprio posto nel mondo, due personaggi che non potrebbero sembrare più distanti, a partire dal modo di vestire (onore all’ottimo lavoro sui costumi di Andrea Cavalletto), fino ad arrivare alla filosofia con cui si approcciano alla vita.

Le sequenze più belle del film sono quelle che apparentemente sembrano non avere funzione diegetica ma che in realtà sono determinanti nella loro “fisicità” per la caratterizzazione dei personaggi. Lo sguardo itinerante di Mollo e della Josella rappresenta la tensione alla mobilità, l’idea che l’essere nel mondo e nelle cose implichi un continuo andare in cerca di luoghi, circostanze, incontri. Mollo viaggia per fare cinema, per stare addosso ai suoi personaggi, pedinandone azioni e intenzioni, nella convinzione che portare una macchina da presa sia il modo migliore per non arrendersi al tempo che fugge. Con grande asciuttezza realistica riesce a scavare dentro la superficie dell’ordinario alla ricerca di una verità che aderisca ai margini del campo, che si insinui tra le pieghe del paesaggio, perché è al tempo e allo spazio che appartiene il mistero del racconto, il segreto scorrere di ogni esistenza.

Enrico Riccardo Montone

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