L’economia allucinata di William Gaddis

È chiaro a tutti gli sfortunati lettori di JR che Gaddis, con le sue mani unte dalla scena americana degli anni Settanta e la mente altrettanto invischiata nelle dinamiche da farabutti-succhia-sangue, denaro, o quel che sia, non avrebbe potuto realizzare libro più sperimentale. Diciamo, per ridurre ai minimi termini l’immensità dell’opera, che ha compiuto uno sforzo disumano per ricavare dai soli dialoghi – tra personaggi giganti – un romanzo di oltre novecento pagine in cui il narratore sembra aver dimenticato il suo ruolo, sputando righe prive di punteggiatura, a tutto fiato, eccessivamente liriche, da far spalancare la bocca, quasi incomprensibili, giusto per partorire delicatamente un quadro spasmodico, irrilevante e smorto dell’ambiente; con descrizioni trasparenti, simili a fantasmi che divorano l’immaginazione sedimentata e archiviata nella mente del lettore, costringendolo a ridisegnare da capo l’immagine della scena che aveva messo su prima di raggiungerle. Gaddis in questo modo estremizza il concetto di “far parlare la storia”, facendole vomitare un macello di dialoghi a molteplici piani conversativi, che il più delle volte sembrano banali e si intersecano con telefonate a senso unico, i quali rappresentano un originale, esclusivo e del tutto innovativo, modo di scrivere, di fare letteratura; una massima espressività studiata ad arte e messa in atto senza scrupoli. Insomma, il discusso contract author franzeniano con JR va a farsi benedire.

Prima di tutto, con questo romanzo del 1975, il secondo, Gaddis lascia intuire di essere rimasto esageratamente impressionato e incazzato dal clamoroso insuccesso di cui è stato vittima il suo primo romanzo, Le Perizie (1955), forse anche a causa della taglia (libro in cui viene trattata in maniera approfondita, come mai prima d’allora, il tema dei falsari); l’insuccesso sarà il motivo principale per cui, trovandosi al verde, dovrà utilizzare la sua grande mano per scrivere testi pubblicitari, aziendali e roba di questo tipo. Ciò è dimostrato anche da come sceglie di sfruttare una materia esageratamente complessa come l’economia, il mercato azionistico e lo spostamento del denaro inconsistente. Gaddis si rivela così “un cesso di cultura a tutto tondo”, come ha detto qualcuno, capace, se vuole, di fare a pezzi il lettore e mandare a quel paese la critica.

JR, potremmo dire, è anche un tentativo di voltare le spalle a chi c’è di fronte. Farsi leggere diventa una cortesia che il lettore deve concedergli. Intento fortunatamente non riuscito, siccome la sua pubblicazione ha riscosso, a suo tempo, nonostante l’osticità dell’opera decantata dall’autore innervosito, un grande successo.

«[…] non c’è niente che vale la pena di fare, mi ha detto, niente che vale la pena di fare finché non l’hai fatto, e allora valeva la pena di farlo anche se non ne valeva la pena perché è l’unica cosa che…»

JR è il resoconto di una gigantesca intercettazione ambientale, uno sciorinare di parole, un uragano angosciante che investe e travolge senza scampo. Da qualche parte, ben appartato nel romanzo, in un angolo, sembra esserci un omino dei servizi segreti, sempre a gironzolare, correre e dimenarsi, tutto sudato, con una cinepresa coperta da un panno bianco, in cerca di gente che chiacchiera, parla, o almeno, che prova a farlo, e che con false partenze incespica in ciò che vorrebbe dire e fa fluttuare l’immaginazione in quei punti sospensivi che la delineano, di cui l’autore si fa maestro. E a volte, l’omino, provando ad asciugare le gocce che gli scendono giù dalle tempie, utilizzando lo stesso panno bianco che copre la visuale, mette in luce la scena, la quale si distingue a malapena e risulta leggermente appannata, con colori allucinati, sfumati, e bagnata fradicia dal sudore a causa dello sforzo tremendo dell’omino che insegue personaggi abominevoli; prova a vivificarsi.

Personaggi abominevoli, tra cui, prima di tutto, JR, il quale prova a convincere Bast – con il suo modo di parlare in cui le false partenze regnano incontrastate, siccome non può assolutamente dire ciò che realmente sta pensando, restando quindi sempre vago e lasciando intendere ciò che non è – a occuparsi di una serie di faccende, per poter lavorare con soldi volatili, immateriali, non liquidi e creare un sistema, una rete, un vendi e compra e vendi e compra e sposta e riprendi e così via, a cominciare dalle mille posate per la scuola, costringendolo, Bast, a vivere situazioni assurde, grottesche, senza la possibilità di rimessa. Un idiota, Bast, che regge inverosimilmente la scena dettata da un undicenne, JR, correndo da un ufficio a un altro, rispondendo a telefonate per presunti acquisti, debiti, andando avanti fino allo sfinimento, incastrato fino alle unghie.

Così, l’omino di prima, inzuppato a modo deve stare ben attento a divincolarsi ogni volta che il lettore è estenuato dalla sua ripresa cieca, e corre il rischio di diventare anche sorda, sorda per il lettore. Perché va bene fregarsene del contract author, ma barricarsi a tutta forza nella propria opera non avrebbe più alcun senso. Allora, correndo dietro a uno dei personaggi che sta per andare via o che sta per rispondere al telefono, fa un salto e sbaraglia personaggi nuovi e un nuovo mucchio di battute e di scambi sulle pagine, appartandosi bene, nuovamente, per non farsi notare. Pronto a muoversi ancora, pieno d’ansia e con la faccia pallida. Facendo respirare chi ha di fronte.

L’incomunicabilità è il tema più evidente in tutto il romanzo, il fatto che i personaggi provino a dire qualcosa fallendo miseramente accentua la loro aria da professionisti falliti, soprattutto per gli artisti, scrittori, musicisti, o quel che siano, presenti nel romanzo, che non sono in grado di esprimere il loro potenziale creativo, accorgendosi che la mercificazione non dà spazio a sciocchezze di questo genere. Tra questi sembra esserci anche la voce di Gaddis, incompresa e criticata, e solo dopo adorata.

JR è agli albori del postmoderno, i personaggi sono stilati in maniera manicale e sono formidabili, caratterizzati da tic verbali, modi di dire, fobie: fusi fino all’osso. Almeno nei dialoghi, è un Wallace ante-litteram. JR, a soli undici anni, costruisce il suo mercato dopo aver ascoltato una lezioncina, durante una gita, in cui si prova a spiegare ai bambini come funziona la macchina economica dell’America. Riempendosi le tasche di opuscoli proverà a seguire tutte le strade che ha a disposizione per mettere in atto il suo folle piano, ossia quello di arricchirsi senza avere, materialmente parlando, un dollaro in tasca, senza essere maggiorenne, senza, quindi, poter avere quei diritti che servono per arricchirsi nel vero senso della parola; prima di tutto un’identità.

E il paradosso per eccellenza, l’impresa nell’impresa, è stato per «Mr difficult», così l’autore è noto tra gli americani, quella di realizzare un’opera mondo adoperando, follemente, una tecnica cinematografica laboriosa, ossia la long sequence, per realizzare un disegno accurato d’un epoca e di un’America malata a causa di un marchingegno economico che sembra fare acqua dappertutto; un’unica scena che corre come un treno e disperde animosità abissali, universi scenici e fette di quotidianità da ufficio.

L’ufficio: luogo in cui si ambientano la maggior parte dei dialoghi, in cui l’animo umano sembra particolarmente scosso, affaticato. Non a caso, a lavoro.

Alessandro Urgesi

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